Monday 23 april 2012 1 23 /04 /Apr /2012 12:27

La mia fortuna in questa specifica occasione è che non ho un obiettivo preciso. Non mi sono fatto  “la scaletta” né tantomeno ho tirato giù il “timone” per questo intervento o, ancora, lo “storyboard”.  Pertanto, scrivo per il piacere di lasciar giù qualche appunto, di stuzzicar qualche vespaio, di scrivermi per rileggere e capire poi se è vero.

Passata quella metà anagrafica che le statistiche indicano nei cinquant’anni, valore che solo una non indifferente dose di casuale fortuna potrà confermare, trenta e più dei quali dietro a carta e libri, mi trovo nell’insostenibile ansietà di capire quanto della mia doppia identità di lettore e scrittore sia rimasto e quanto invece non sia ormai fagocitato da quel  pretenzioso cicaleggiare intorno al testo che oramai è quasi divenuto una biblica piaga tale da lasciare non la carestia, quanto l’inganno.

E sì che mi sento un privilegiato. book5Anche arrogante nell’attribuirmi la doppia identità. Quanto meno per l’immaginario collettivo per il quale tutti si può essere lettori e non tutti scrittori, come se alla lettura si richiedesse la sola esperienza dell’apprendimento scolare ed alla seconda chissà quali personali e congenite qualità e predisposizioni. Oggi ancora di più, nel momento in cui le figure attive dello scrivere  rendono il termine scrittore una sorta di acronimo, identificativo di un coacervo di anime, capacità e conoscenze che hanno tutte, contribuito.  Dietro ad un testo pubblicato vi è un lavoro di squadra, non necessariamente costituita da amici e fratelli, ma tale è stato. Specie e soprattutto quando il testo stesso è un romanzo, un saggio, un qualcosa insomma, per non allungarsi in un tedioso elenco (a meno che non sia poesia anche se qualche volta anch’essa è in odor di cooperativa), visto  che  quanto leggiamo è frutto del lavoro di un autore, di uno o più lettori, di un editor e di un editore.All’autore concediamo la fatica dell’idea e forse, ma non sempre, del brogliaccio, ai lettori il duro lavoro della valutazione primaria, quella che spesso risulterà determinante al lavoro successivo, all’editor oltre all’onere della lettura, lo sforzo di trasformare questa idea grezza (non solo gli autori peccano d’alterigia!) in un prodotto finito ed all’editore il compito di credere, promuovere lo stesso nel circuito della cultura o, comunque nel mercato. 

Era così anche prima, forse. Ma quanto prima non è semplice identificarlo. E poi in fondo non ci interessa, anche se i grandi di un tempo probabilmente si stanno rivoltando nella tomba, asserendo che allora era tutta farina del loro sacco e che oggi, forse, molti autori dovrebbero avere l’umiltà di condividere la paternità del pubblicato in base a quella che è una realtà palese e conosciuta, ovvero che è frutto di un lavoro di gruppo anche se, per una ovvia e  antica abitudine, si tende ad identificare l’autore e poi l’editore come se tutte le altre figure fossero “passaggi tecnici di lavorazione”. book3Liquidiamo la questione avendo chiaro comunque che dietro alla voce autore, almeno in questo excursus, intenderemo un gruppo, più o meno vasto, più o meno specializzato, di soggetti partecipanti. Ma questa è anche una élite. Non che come tale debba essere subito da connotare negativamente. Tutt’altro. Ciò nonostante lo è.  E’ una élite perché, piaccia o meno, qualcuno sceglie. E nel compiere questa scelta opera una selezione in base a  canoni non sempre e necessariamente identificabili con valori oggettivi. Anzi.  E la scelta sui soggetti deputati a compiere questa scelta ricade su due figure, l’editor e l’editore, gli unici capaci di influenzarsi a vicenda. In misura e proporzioni ovviamente diverse  in relazione sia ai rapporti interni alla casa editrice ed alle sue dimensioni, sia al mercato cui si intende rivolgersi. Unico tramite,  ritenuto sovente un accessorio ancora nella vecchia Italia ed obbligatorio in quasi tutto il resto del mondo, l’agente letterario, che si sobbarca l’onere di fare da tramite tra l’editore, con tutta la sua organizzazione e lo scrittore. E qui potremmo disquisire  per volumi e volumi circa l’effettivo ruolo e la competenza di ciascuna di queste figure, tutte poi confluenti nel grande calderone del mercato.

Il mercato. Un bell’affare il mercato. Talvolta sembra una cosa viva, autonoma, che da sola sovrasta tutti i partecipanti al gioco, in ciò volendo, finalmente, far comparire come protagonista anche il lettore che avevamo, apparentemente trascurato. Certo senza testo non viene il lettore, ma senza i gusti del lettore non può avvenire la scelta del testo. O quasi.  Volete che apriamo un capitolo relativo, atto a farci comprendere quanto il lettore influenzi il mercato e quanto invece sia lui ad essere indirizzato dalle tendenze del mercato stesso, gestito da altre figure?  Si tratta di individuare quale sia in realtà l’oggetto del contendere. In altre parole, al centro di questo universo vi è il testo con le sue valenze letterarie o il mercato?

Già le questioni sul tavolo, sparse senz’ordine, non sono poche.  E se come lettore mi trovo  sempre più spesso davanti  a linguaggi standardizzati ed a dinamiche letterarie costruite a tavolino, come autore soffro in parte dello stesso dolore ritrovandomi sovente a dover discutere delle solite variazioni. Non correzioni, variazioni, con la scusa di uniformare la leggibilità, di renderla imbrigliata in gusti e tendenze che spesso, mi fanno recalcitrare perché vedo  indirizzano in certi sentieri che alla fine ci rendono spesso simili al punto che, all’interno di uno stesso genere, ciò che può salvarci è qualche intuito, qualche idea sopraffina, perché quanto alla lingua ed ai suoi ritmi ed ingredienti si viene ad esemplificarsi nello stesso cliché. Così come certa critica e recensione, alla quale spesso basterebbe cambiare solo il titolo del volume di riferimento. E come per il testo destinato ad un libro, anche sulla rete certi modi sono divenuti omologanti ed identificativi delle categorie.  Apparentemente venduti come elementi necessari ad una “miglior lettura”, di fatto identificano chi scrive per la scelta del carattere, dello sfondo, della lunghezza dei periodi, degli spazi tra un periodo e l’altro, dall’uso dei corsivi, dei maiuscoletti (o bold o grassetto che vogliamo), per la lunghezza infine dei servizi. E non è coercizione questa? Tutto ciò obbliga le mie capacità di lettore a certe pause, ad un ritmo respiratorio, ad una scansione della conoscenza e dell’apprendimento che non necessariamente mi facilitano. Per certo invece mi costringono ad esercitare la mia lettura in certo determinato modo.  Quanto possa essere maggiore il beneficio rispetto alla costrizione non lo so, certo anche questo è, piaccia o meno, un codice identificativo. Come se all’utilizzo inevitabilmente se ne venisse attratti e indotti, forse per quell’abitudine talvolta più strumentale che di indagine culturale, in base alla quale si vuole identificare, classificare e nomenclare. Laddove identificazione però, non é comprensione, ma solo individuazione, che è solo soglia ad un possibile esercizio dell’intelligenza.

 

book1Un inciso a questo punto è d’obbligo. Non ho in questa sede mai fatto riferimento al “libro” quanto al “testo”.  Lo preciso con una leggera vena di rammarico perché al libro c’ero e ci sono affezionato e non si può farmene una colpa. D’altronde i piccoli di oggi guarderanno, una volta adulti, se non l’avranno gettato, il loro primo tablet come un tesoro.  Oggi, in pieno ed effervescente dibattito sui destini del testo si sta giocando una partita dove gli inganni, gli equivoci e le disinformazioni sono tali e tanti che del contenuto orami nessuno parla più, o quasi. Presi tutti dalla chimera capace di appagare l’ego ed il narcisismo più sfrenato, dell’autopubblicazione. Il magico e-book (accidenti all’inglese ed alle sue sempre più falsamente omologanti identificazioni), ovvero il testo in formato elettronico, o meglio il libro in formato elettronico, visto che per adesso, almeno la maggior parte, non è altro che una collezione di scansioni in OCR delle pagine di un libro alle quali sono state agganciate le funzionalità di un qualsiasi software di gestione testi.

 

Ebbene in questa transizione che pure vede molti seri operatori e professionisti interessati ad esaminare il passaggio sotto i più svariati aspetti, sia tecnici che culturali, si sta operando l’ennesima mistificazione, inducendo e promuovendo un nuovo falso mercato. Falso perché le aspettative sono frutto della consueta farsa  o operazione di marketing che si voglia chiamare, atta più a mantenere, come spesso succede, lo status quo ante, che non a costituire effettivo palcoscenico per le migliaia di inediti scritti e scrittori. Elementi che sono sempre di più indotti a credere in questa onda libertaria che, complice l’universalità della rete e la relativa semplicità delle operazioni da compiere, fornirà loro la tanto agognata possibilità di pubblicare, quella possibilità che fino ad oggi era annegata tra tanti silenzi e tra i rarissimi rifiuti ricevuti, rifiuti che venivano spesso accolti quasi con religiosa esaltazione come a dire: almeno mi hanno letto! Oggi si allestiscono corsi, workshop, seminari, con l’intendimento di spiegare alla massa sconosciuta  come apprendere l’arte della pubblicazione, quella stessa  arte che fino a dieci – ma che dico, cinque! -  anni fa era una cosa talmente complicata, inarrivabile ed irraggiungibile che sembrava posta su un Olimpo immaginario. Ed oggi invece …. basta aprire i siti di case editrici anche molto note, che subito si vede come si siano prodigate ad accettare infine quanti fino ad ieri erano visti come paria intoccabili (perché è vero, infinite volte la scelta è stata operata a scatola chiusa, anche in buona fede, ma a scatola chiusa), offrendo loro di trovare il bottone da cliccare, quello brillante, scintillante, agognato con su scritto: “vuoi pubblicare con noi? … segui le istruzioni ed in pochi passi avrai il tuo volume in formato elettronico disponibile”.

book2Ed in pochi semplici passaggi il miracolo si avvera, sotto la tutela e la garanzia di marchi importanti, di blasonatissimi editori. Con tanto di promessa e di una chiara possibilità, quasi una sicurezza, per quel miracolo linguistico che solo nei contratti  si realizza tanto che ciò non è sembra e ciò che non sembra sicuramente sarà, per cui dietro all’opportunità offerta peraltro a “ridicoli costi”, vi sarà tutto l’interesse dell’editore a valutare se inserire il vostro figlio intellettuale nell’agognato catalogo, ottenendo dunque - bontà divina! -  quel risultato in termini di coinvolgimento di quelle figure professionali di cui sopra parlavamo, ovvero di lettori, editor ed editori, che fino a solo pochi giorni fa, potevate solamente sognare o leggere nei loro blog o post ospitati da grandi testate, che avrete già centinaia e centinaia di volte  interpellato nei commenti venendo, inevitabilmente e giustamente tra l’altro, rinviati ai canali che ora l’una, ora l’altra casa editrice mettevano a disposizione per l’invio dei “manoscritti”. 

Ora, una riflessione si impone. Il termine autopubblicazione non vuole significare unicamente che potrete godere pur nell’ignoranza elettronica di tutte quelle meraviglie che faranno del vostro testo in word un libro, con tanto di scelta anche del colore della carta e stupidaggini simili. Autopubblicazione vuole anche dire che voi  avrete come unica opportunità quella di sapere che nel server dell’editore che avete scelto, risiede il file con il vostro libro. File che lì resterà e nessuno promuoverà a meno che non abbiate pagato  anche questo servizio. Servizio che poi, sarei molto curioso di sapere come potrete verificare. Quindi, in altre parole, una volta autopubblicato, siete voi, SOLI, con il vostro file relegato in un server. E niente più. Avrete avuto pane per sfamare un poco il vostro sogno e gli editori stavolta, un poco di soldi anticipati. Stop.

E certo. Gli editori stavolta, anziché investire e rischiare su un testo, cosa che in parte almeno giustificava certe ritrosie e difficoltà del cartaceo, oggi invece, con questo servizio offerto, incassano subito, anche se poi, di quel libro elettronico se ne venderanno le canoniche dieci copie, suddivise tra fidanzati, parenti ed amici. Comincerà una nuova corsa dunque, così come è stato con i blog in definitiva, la corsa a socializzare ed a promuovere. Facebook raddoppierà in pochi anni le proprie pagine, e come lui gli altri social network saranno intasati completamente di autori che compulsivamente tenteranno la loro fortuna, mendicanti di un “like” o di un “retweed”. Le case editrici nel frattempo continueranno il loro cammino di sempre, ammiccando al nuovo con versioni elettroniche di taluni volumi sui quali decideranno di investire. book4Ovviamente, e qui cade vergognosamente un altro mito, la versione elettronica non costa né costerà come ci si attenderebbe da un’intuibile disamina dei costi la metà dell’edizione cartacea ma, a malapena, il 10% in meno in quanto la stessa, almeno per adesso, serve a reintegrare parzialmente i costi dell’invenduto cartaceo. Un domani forse, quando non vi sarà versione cartacea, il prezzo del formato elettronico potrà scendere sensibilmente e fare la differenza, oltre a portare, efficacemente, tra le schiere dei lettori quanti oggi non possono permettersi una media di 15 euro per ogni libro acquistato, prezzo che, d’altronde, non può ulteriormente scendere in quanto deve tener conto del costo totale delle copie stampate e, più che altro di quante resteranno invendute. D’altronde le case editrici non sono né possono essere delle case di beneficenza e questo, almeno in linea di principio va compreso. Hanno un ruolo nell’universo culturale ed è un ruolo ricco di sfide ma anche di rischi, di costi e non è facile nemmeno per loro.  E poi non dimentichiamoci che esiste un indotto in questo come in tutti i mercati. Giornalisti, grafici, tipografi, opinionisti, critici infine, tutti che campano di quanto viene stampato e/o pubblicato. Vivono e non solo ma, come nel caso di giornalisti e critici, sono parte attiva (e parassita quando possibile) nell’indirizzare il lettore scegliendo, più o meno in accordo con l’editore, di incensare e promuovere un libro piuttosto che non un altro. Quanta indipendenza vi è nelle recensioni che vengono presentate? Difficile dirlo. Nel contempo accetto scommesse su quanti degli ebook autopubblicati si vedranno recensiti sulle grandi testate o nei saggi dei critici, quegli stessi che in altre branche artistiche sono riusciti a gestire completamente il valore delle opere d’arte, stabilendo fortune e sfortune di artisti, musei  e galleristi.

 

Non vi è morale da enunciare ma solo il sentore dell’ennesimo grande inganno. Preferivo la casa editrice irraggiungibile che non vederla scivolare ad offrire servizi che oggi in definitiva un qualsiasi grafico o persona con un minimo di conoscenze informatiche può tranquillamente farsi in casa da sola al proprio computer, utilizzando poi per pubblicare uno dei tanti programmi di affiliazione che ci sono con le gradi distribuzioni. O quantomeno, vorrei, come al solito, più trasparenza. Trasparenza da parte degli autori che per una volta ammettano che senza il lettore e, soprattutto, una solida redazione, non pubblicherebbero nemmeno una riga. Vorrei trasparenza da parte degli editor o, quanto meno,  l’onestà di riconoscere quanto siano o meno dovuti e non solo voluti i loro interventi. Vorrei più dignità da parte delle case editrici e non proclami cultural-sociali cui più nessuno oggi crede visto che poi, la qualità media del pubblicato non è poi specchio reale di tanto fervore intellettuale, anzi. Insomma vorrei che come al solito non si contasse sull’intelligenza altrui per rimanere vaghi quel tanto che basta a trarne, spesso, indebito profitto. Vorrei più lettori in assoluto e il libro elettronico può essere una grande occasione, anche perché sposa  l’amore di questo millennio, quello per l’elettronica. Vorrei meno illusi, specie tra i giovani, che con questo enorme inganno dell’autopubblicazione, il self-publishing per gli ignoranti e gli omologati, siano indotti a credere non solo di essere scrittori (quando invece, nella dignità di un rifiuto si può forse intuire come sia meglio alimentare sogni differenti, pur mantenendo inalterata la passione), ma anche di avere supporti di fatto inesistenti. Utilizzino questo strumento, giusto per togliersi una soddisfazione, con leggerezza in fondo e perché no, anche per mettersi, senza rischiare troppo, un tantinello in gioco. Almeno per adesso.

Di Enzo Terzi - Pubblicato in : Letteratura - Community : notizie in vetrina comunity
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Wednesday 4 april 2012 3 04 /04 /Apr /2012 15:50

La primavera sembrava promettere bene quell’anno. Le piogge erano state frequenti, il gelo aveva risparmiato le gemme sui gelsi ed il fiume, gonfio  d’acqua e di limo, non aveva inondato campagne e paesi come sovente succedeva. Senza dubbio gli dèi del buon raccolto si erano ricordati di noi. Così rifletteva Lin Tchao, cercando di preparare in fretta il sacco per il viaggio ed incamminarsi, nonostante la nebbia stentasse a posarsi sui fiori quel mattino, per raggiungere coloro che si stavano dirigendo al porto sul fiume. Era il tempo della Festa di Qingming e ci si recava, come ogni anno, a trovare i propri defunti, cercando, nella nostalgia dei ricordi, di evocare storie passate, qualche episodio spiritoso o, ancora, raccontare loro di come era stato clemente il tempo, di come non vi fosse stato aumento delle tasse e di quanto, infine, si sperasse per il futuro raccolto che prometteva - a dar credito alle foglie dritte e costolute che, forti,  si piegavano solo  quando il vento si faceva insistente - di essere memorabile per quantità e per qualità. Sarebbero state necessarie ancora giornate di pioggia, di quella che scende leggera lasciando una coltre superficiale e trasparente che solo con la notte si sarebbe poi  infiltrata nella terra come se un pianto leggero di gioia la riempisse di quell’amore che avrebbe poi restituito nel sapore dolce dei chicchi del riso. E nel colore ambrato e nella giusta grandezza e in quel suono frusciante quando lo si mostrava ai mercanti venuti dalla città. Ma era tempo di affrettarsi che già in lontananza il cigolare delle ruote sui mozzi dei carri si diffondeva tra le colline dalla strada che lentamente si riempiva di  colori, suoni ed odori, procedendo sinuosa e lenta come il serpente del capodanno.

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A lato il fiume, il padre fiume, signore e buon dio di quelle terre, che si allargava placido, seguendo e proteggendo quanto della sua presenza viveva, cresceva, germogliava, moriva per poi rigenerarsi in quel divenire che è fuori del conto del tempo, come la strada che si era scavato arrotondando le rocce, cedendo al terreno più duro per allungarsi con anse morbide e fertili, folte di quei salici fronzuti che davano riparo nei giorni caldi alle carpe dorate e d’inverno trattenevano, intrecciando forti le radici, la terra degli argini, affinché non rovinasse nelle acque tumultuose di creste e di spruzzi. Era una simbiosi alla quale sembravano tutti adattarsi, non per una educazione ricevuta né per legge. Solo il senso, quello buono, che rispettava il signore del fiume come quello della terra e ancora del sole e della luna. Era bello parlare di questo con i propri cari defunti, ricordare con loro degli anni della gioia e di quelli difficili della carestia quando, come una fornace che tutto divorava e annichiliva, il sole aveva ridotto il fiume a ruscello, le piante a sterpi ossuti, la terra ad un reticolo duro e tagliente di zolle disseccate. Finalmente, in vista del ponte, ecco apparire dalla stradina laterale che portava al villaggio di Chenzù, l’amico Zuntai. Lin Tchao e Zuntai abitavano in due villaggi vicini, Fedong infatti, il piccolo borgo dove era la casa di Lin Tchao distava solo un’ora di cammino da Chenzù. Entrambi erano piccoli villaggi dove, tuttavia, le case immerse nel verde, i campi intorno coltivati, il vicino fiume ed il tempio sullo sperone a guardia della valle, rendevano la vita ricca di quel miracolo che era il risveglio di ogni mattino. Un abbraccio caloroso fra i due e l’inchino rituale diedero inizio alla festa. Ne avrebbero fatte di cose insieme in quel giorno!  Già si vedeva infatti, sulla riva del fiume, in corrispondenza del molo di attracco delle giunche, quel teatro che tutti gli anni si soffermava in quel periodo, festoso per le sue bandiere al vento e per quel tendone, in verità ogni volta  innalzato con qualche toppa in più o qualche indelebile macchia che raccontava delle peripezie passate, che si ergeva affollato e vociante nel prato solitamente adibito al sostare delle mandrie quando venivano portate al mercato. Non erano in realtà dei grandi attori quelli che proponevano la pantomima o, almeno, avrebbero potuto cambiare la rappresentazione anche se  la storia della nascita del regno era, da sempre, quella più ambita, quella più amata, dove tutti si sentivano infine parte di qualcosa di grande, qualcosa che forse non avrebbero mai visto ma di cui almeno avevano sentito parlare; il regno e il re e tutti i cortigiani che sfilavano nel castello, quello che, tutti dicevano, si trovava quasi in fondo al fiume, nel punto dove questo si perdeva nelle acque di un grande lago che era il suo finale approdo, la sua eterna ed ultima dimora. Indecisi se prendere o meno posto sul palco, i due ragazzi vennero distratti da un suono di trombe e di tamburi, di quelli che solitamente accompagnano le portantine di quei personaggi misteriosi che mai si fanno vedere, nascosti da tende spesse e preziose. Troppa era la curiosità così che  Zuntai prese per una manica Lin Tchao e via di corsa fino al centro del ponte.  Volevano vedere, se magari, dall’alto, una qualche apertura avrebbe permesso loro di sapere chi, con tanta magnificenza, si faceva largo tra la folla che, per quanto folta, non lo degnava tuttavia neanche di uno sguardo, intenta com’era a non calpestarsi, a non finire sotto gli zoccoli di qualche asino o cavallo o, ancora, semplicemente  impegnata nei propri affari. Saliti sul ponte si sbracciarono, saltarono, gridarono mentre si avvicinava la portantina da cui, all’improvviso, scostati i drappeggi, un viso dolce apparve, disegnato in un fine tratto che incorniciava due occhi neri come le perle più rare e due labbra cremisi da cui, con l’aiuto di una mano, partì un bacio leggero che li lasciò storditi mentre quella visione spariva tra il drappeggio che si richiudeva a nascondere il sogno. I ragazzi, sembravano due carpe appena pescate, con l’occhio sceso di un centimetro buono, le guance pesanti e arrossate e la bocca aperta come a cercare nell’aria che qualche boccone si infilasse da solo per la colazione. La colazione!!!

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Quasi si erano dimenticati, ecco cosa era successo: una allucinazione per la fame! Ma mentre si accingevano a prendere nelle sacche quanto si erano portati, ecco che Maestro Deng  - che aveva osservato tutta la scena appollaiato sull’albero della sua giunca che stava per prendere la corrente - li richiamò: fannulloni, boccaloni, che fate, scendete dalle nuvole e venite che partiamo! Maestro Deeeeeeeeng, Maestro Deeeeeeeeeeng: risposero i ragazzi ai quali la vista certo non mancava, mentre spintonando, scivolando, correndo, scalciando e sgomitando si facevano strada in senso inverso al gran numero di viaggiatori che transitava sulla strada parallela al fiume. Inseguiti da un numero  impreciso ma certo ragguardevole di insulti e di maledizioni, giunsero a montare, saltando con rapidi balzi lungo lo scivolo di legno, sulla giunca di Maestro Deng.  Forza, salite, facciamo colazione e poi si parte: così li accolse insieme all’abbraccio che due braccia antiche ma potenti li cinse con gesto fraterno ma deciso come si fa tra uomini, abbraccio che poi due mani sagge e gentili chiusero sulle loro spalle in una stretta di affetto che più di mille saluti raccontava. Era, Deng, un vecchio contadino di quella valle che aveva, alcuni anni prima, perso tutto, causa una devastante inondazione: tutto era stato portato via dalla furia del signore del fiume. La sua casa, il cavallo, l’aratro, le capre, le galline ed anche la voliera, dove una famiglia di pappagalli vi abitava, oramai da tempo immemorabile, con la porticina aperta. Erano gli unici rimasti a fargli compagnia da quando la moglie aveva deciso che in questo mondo almeno, il tempo trascorso in compagnia era stato sufficiente e l’aveva lasciato, nella muta promessa di aspettarlo, oltre il fiume, oltre le montagne, oltre il cielo, là dove si sarebbero certo ritrovati un giorno.  Terminò velocemente la colazione che uova, pane ed un delizioso dolce fatto con le more  avevano designato come una delle migliori degli ultimi tempi, anzi, sicuramente la migliore dell’anno. Svelta fu slegata la cima che teneva la giunca controvoglia trattenuta in un’ansa al limitar della corrente, veloce fu alzato l’albero anche se, per il momento, non vi sarebbe stata necessità della vela. La corrente era forte nel centro del fiume e l’acqua profonda la rendeva ancora più veloce. La giunca d’altronde era stata acquistata da Maestro Deng dopo il disastro, vendendo ad un grande commerciante quella sua terra disastrata dove, diceva, oramai abitavano solo ricordi difficili e la sfortuna. Avrebbe d’ora poi cavalcato e domato le onde, quelle stesse che sembravano avergli inviato un potente messaggio. Così Deng aveva disceso il fiume fino alla cittadina di Guanzong dove si diceva costruissero le giunche più forti dell’intera Cina. E così era stato infatti. L’imbarcazione si presentava solida e nel contempo snella, slanciata nella prua che come un coltello si affondava nel fiume, impennandosi poi velocemente verso l’alto mostrando la potenza  che la lunghezza e lo spessore delle assi robuste e stagionate di cedro emanavano, diffondendo persino l’odore gommoso di quel legno che al signore del fiume era particolarmente gradito, specie nelle giornate calde, per quel suo rinfrescante gusto che gli parlava di colline lontane, di frutti succulenti, di fatiche antiche che si accumulavano, anno dopo anno. Erano storie scritte tra le  piccole venature sul legno, sorelle delle rughe sul viso di Maestro Deng,  che raccontavano di vite parallele vissute nel reciproco rispetto. La poppa infine, che alta e largamente generosa si ergeva dietro quale solido appoggio per la grande pala del timone, era capace di contenere tanto riso da poter sfamare l’intera valle per un mese intero. Lin Tchao e Zuntai non smettevano di rincorrersi dalla vetta della prua alla cima del cassero di poppa mentre Maestro Deng, sotto l’apparenza di due occhi felici , guardingo scrutava ogni increspatura d’acqua, ogni cambiamento di colore, ogni sospetta folata di vento, affinché la navigazione che procedeva spedita, proseguisse senza intoppi anche se quella non era certo stagione  né tale da incontrare banchi di sabbia, né, peggio ancora, tronchi trasportati dalla piena. Ma non si poteva essere mai sicuri. Il fiume era un dio buono, ma esigeva rispetto ed il rispetto lo si dava con l’attenzione che si poneva nel cavalcarne le acque.

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Dopo  un lungo tratto diritto e veloce si scorgeva in lontananza il Ponte del Dragone. Era questo un antico ponte, fatto costruire da oltre due secoli, che aveva sui suoi lati due piccole file di negozietti coperti da pelli indurite e temprate dal sole, tanto che sembravano scaglie di qualche drago, di quelli che, sicuramente - c’era chi li aveva visti, non dimentichiamolo - abitavano il fiume. Oggi era affollato al punto che ad un primo sguardo sembrava più basso del solito. Era una sosta obbligata quella. Quando fu costruito infatti, il progresso ancora di lì non era passato o, se lo aveva fatto, era stata giusto una visita di cortesia. Ancora non esistevano le giunche grandi che c’erano adesso e, più che altro, i grandi alberi capaci di portare delle vele ampie come il campo di riso di Zuntai e pesanti come cinquanta delle capre di Lin Tchao. Addirittura il fiume sembrava coperto di imbarcazioni, tante che ve ne erano attraccate sulle sponde, anche in doppia fila, come dice usassero oramai fare carri e carretti nelle città dove, in certe ore, era proprio impossibile passare. E mentre quella interminabile fila scomposta, vociante e brulicante di vesti sgargianti, di carretti ansimanti dalle narici stanche delle bestie da trasporto, di asini cocciuti che si mettevano al traverso (dando quindi autorizzazione a chiunque passasse di dargli una bella ripassata  col bastone sulla schiena), di signori a cavallo, di enormi fascine di erbe che sembravano camminare da sole, di portantine  ed ogni qualsivoglia altra espressione dell’attività dell’uomo, sembrava si fosse data appuntamento per procedere insieme quel mattino, venne, alfine, il nostro turno di passare. Era un lavoro che andava concertato, come una sinfonia. L’acqua in quel punto, anche per colpa delle grandi fondamenta sommerse che reggevano l’unica possente arcata del ponte che come un grave sopracciglio sembrava celasse una palpebra enorme sempre pronta a  richiudersi sul tuo passaggio, non era molto profonda e, per evitare che le giunche, specie quelle molto cariche, si incagliassero, si cercava di guidarne agevolarne la rotta con  una serie di corde tirate dagli appositi manovratori sui due lati del fiume, in modo tale che  potessero navigare al centro. Ma non era cosa semplice anche perché le fondamenta sotto il pelo dell’acqua creavano una serie di mulinelli che distoglievano la corrente dal suo corso abituale e quindi, ora bisognava tirare più a destra, ora più a sinistra, ora a destra si doveva spingere, ora a sinistra si doveva trattenere. A dirigere tutti questi movimenti ci pensava il padrone della giunca che con incitamenti o grida di avvertimento, gesti ampi delle braccia o l’asciutto battere delle mani, gesticolava e partecipava tutto di quel daffare, sentendosi potente ed inerme in quel gran trambusto che avrebbe potuto decretare un felice passaggio, o la più infelice delle rovine. Anche stavolta tutto si svolse con maestria e presto ci lasciammo il chiassoso Ponte del Dragone alle spalle. Il traffico sia sul fiume che per le strade che lo costeggiavano si faceva intanto sempre più intenso: eravamo vicini alle mura, quelle che delimitavano i territori della città. Era la sua prima linea di difesa una volta, quando le lotte fra i vari potenti erano più frequenti, spesso, delle stagioni. Oggi le mura erano rimaste per lo più a significare la potenza della città ed a mostrare, qualora ve ne fosse stato ancora bisogno, che per i malintenzionati sarebbe stata vita dura.  In realtà gli accessi, sia al proseguimento del fiume che alla città stessa, erano costituiti da enormi ed austere porte  al cui passaggio era necessario pagare un pedaggio. Era una tassa questa però, che volentieri veniva pagata. Intanto erano solo 2 yuan, che tutti potevano avere, anche i più sfortunati e poi, con quella tassa, si provvedeva a controllare le condizioni della strada, gli argini del fiume, le guardie giravano giorno e notte per controllare che non vi fossero violenze di nessun tipo, insomma, serviva a qualcosa. Comunque, era sempre una grande emozione varcare il muro della città. Il fiume da lì in poi avrebbe proseguito maestoso, con un letto più largo e con un traffico minore perché molti, sia per la festa che per il mercato che si teneva giornalmente, avrebbero attraccato e sostato. Le porte si aprivano al mattino presto e si chiudevano al tramonto.

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Molti erano quelli che, giunti durante la notte, bivaccavano in attesa dell’apertura mattutina, momento scandito dal profondo cigolio dei massicci portoni che ruotavano su cardini grandi quanto il braccio di un uomo. Un suono intenso e grave che ricordava a chi si apprestava a varcare l’ingresso come da lì si accedesse  ad un luogo importante dove, accanto al pullulare delle attività, vi erano il palazzo del governatore, i templi ed anche una biblioteca che si diceva (sempre si diceva…), risalisse ai tempi di Confucio. Una volta entrati, era inevitabile perdersi con lo sguardo, l’udito, l’olfatto,  il tatto ed il gusto tra le continue curiosità che ci si presentavano davanti: dalle essenze profumate provenienti dai fiori delle montagne su al nord, ai piccoli chioschi dove si poteva mangiare qualcosa a qualsiasi ora del giorno e della notte, facilmente individuabili per il largo sorriso degli osti sempre pronti a ravvivare quella cenere di legno di tamarindo che spandeva per l’aria un odore asciutto come il thè, quello nero, le cui foglie volevano acqua cristallina e mai bollente per non disperdere nelle mille bollicine la fragranza che portava con sé. E ancora i cammelli, sì quelli a due gobbe (tanto lo so che vi sbagliate), dal pelo lungo, che ondeggiano come fronde di salici al vento, mentre incedono in un passo regolare e felpato, o i cavallini ancora, capaci di trainare  il carico di un bue, o ancora i tiri a due ed a quattro pariglie per i carichi pesanti, come i marmi che in quel frangente stavano arrivando per terminare la  Porta del Cielo, quella nuova che avrebbe introdotto ai Giardini del Silenzio.

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E ancora mercanti, contadini, viaggiatori e forestieri venuti, insieme agli aironi, ad annunciare la nuova e bella stagione, a mangiare quei ravioli stufati oramai divenuti famosi in tutta la Cina. Lontano dal chiasso e da quella attività che sembrava non avere mai riposo né rispetto per il giorno e per la notte, si trovavano i grandi giardini ed i palazzi, il cui retro era sempre nei pressi della riva del fiume tanto che Lin Tchao e Zuntai, a seguito delle indicazioni di Maestro Deng, potevano ammirare ora il Palazzo dalle Cento Finestre, ora il Palazzo dei Sette Desideri o ancora il Tempio della Serenità o quello, riconoscibile per la sua copertura a forma di pagoda tutta dorata, della Pace Mattutina, incantevole da vedersi al mattino quando il sole ne faceva brillare la sommità con la prima carezza che sempre più intensa dispensava il risveglio su tutti i tetti del circondario che accoglievano il giorno come se il velo della notte venisse riavvolto da mani invisibili, rendendo vivi e squillanti i suoni ed i rumori. Il fiume poi, con una lunga ansa sulla sinistra, aggirava il centro cittadino per allungarsi verso i Giardini del Silenzio, all’ingresso dei quali sarebbero stati accolti da un’altra cerchia di mura non meno imponente della prima. Tutt’intorno lo spazio era occupato da una moltitudine di persone che, tuttavia, in rispetto al sacro luogo cui stava avvicinandosi,  attendeva alle proprie occupazioni nel silenzio o almeno limitando al massimo ogni possibile rumore, animali compresi, che mansuetamente si lasciavano condurre  come inebriati da quell’atmosfera di assoluta, serena quiete.  Le case poco distanti costituivano i sobborghi esterni della città, per lo più abitati dai guardiani e dagli attendenti dei giardini. Non vi erano taverne, né mercati, né altri luoghi deputati alle attività comuni. Il fiume stesso, chiuso in quel punto tra due anse che ne spezzavano la corrente, procedeva più lentamente, in segno di rispetto.  Maestro Deng prese i ragazzi da una parte e spiegò loro che li avrebbe attesi fuori sulla giunca. Era un luogo quello dove occorreva recarsi da soli, senza nessun fardello addosso o accompagnatore, ad esclusione del proprio cuore e della propria coscienza.

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Per i ragazzi sarebbe stata la prima volta. Non sapevano ancora che sarebbe stata la prima di molte e molte altre volte, né sapevano che un giorno avrebbero guardato il fiume attendendo anche se invano, l’arrivo della giunca per riprendere la strada di casa, trovando così il limite estremo della capacità della memoria. In quel silenzio particolare dove anche un movimento riesce a fare rumore, tanto che gli aironi stessi, sui tetti delle torri, se ne stavano immobili, la giunca toccò terra con un leggero fruscio, strusciando le canne che popolavano la riva per poi affondare leggermente nel terreno umido del greto. Maestro Deng saltò giù legando ai sostegni di bambù l’imbarcazione mentre una scia trasversale dove si raccolsero i pesci a danzare, veniva a formarsi là dove la lunga pala del timone ostacolava e rompeva quella corrente così leggera che l’acqua a poca distanza dalla fenditura che si era creata, sembrava immobile anch’essa.   I ragazzi scesero,  salutarono con un cenno e si avviarono alla porta dove un guardiano, sempre con un gesto silenzioso, fece loro cenno di entrare.  I giardini si aprivano davanti agli occhi secondo un gioco di armonie cui tutto concorreva: i ponti, i vialetti, le piccole tettoie, le ombre sugli specchi d’acqua, mai troppo grandi da disperdere l’attenzione, mai troppo piccoli da rinchiudere un’emozione. Un equilibrio talmente raffinato di sensazioni che i ragazzi solo istintivamente, rispondendo con un incantato silenzio, percepivano, inesperti ancora in quell’arte intima e segreta che avrebbe loro poi, un giorno, permesso di guardare tutte le pieghe del passato, trovando in esse tutti i perché del presente e le aspirazioni del futuro.  Erano, i Giardini del Silenzio, il luogo dove insieme all’armonia delle forme si coglieva l’armonia del suono costruita su quella casualità che solo lo scrosciare di una cascata o lo stormire delle fronde possono creare o dove ancora l’apparente immobilità d’intorno non era segnale di inazione, bensì quella frazione di vita necessaria a cogliere con i sensi, il girarsi di una foglia nel vento. Lin Tchao e Zuntai  sarebbero tornati là ogni anno e sempre più spesso, chi passava loro accanto, li avrebbe trovati con un lieve accenno di sorriso sulle labbra, talvolta con la testa che si piegava di lato per assentire, accompagnata da  leggeri gesti con le mani. Succedeva quaesto, quando parlavano con gli spiriti dell’acqua, degli alberi, della terra, con quelli della vita. Ciascuno raccontava loro un pezzo di storia, quella che sapeva o che conosceva per sentito dire. Ogni volta se ne tornavano con un pizzico di serenità in più, quella che avrebbe permesso loro, un giorno, di diventare Maestri, come Maestro Deng, pronti per navigare sulla giunca della propria memoria.

Se siete arrivati fino a questo punto è giusto compensare la vostra fatica.  Non so se la storia di Lin Tchao e Zuntai sia esistita da vero. Io vi ho raccontato la storia che mi è stata ispirata dall’osservazione piacevolissima di una  antica opera cinese che parla di una festa che si tiene in questo periodo dell’anno, festa durante la quale si usa stare in compagnia dei propri cari defunti, allestendo piccole cerimonie durante le quali spesso le urne cinerarie vengono portate a casa dai parenti. Lungo il fiume durante il Festival di Ching-Ming”, questo il titolo, è un’opera databile tra il 1085 ed il 1145, data di nascita e di morte di Zhang Zeduan, pittore che volle immortalare questa ricorrenza nella citta di Kaifeng, al tempo capitale durante la dinastia Song. Recentemente, in occasione dell’Expo tenutasi in Cina nel 2010 tale opera che ha delle dimensioni incredibili in quanto è lunga 24,5 metri per un’altezza di 5,28, è divenuta anche una piccola perla multimediale che potrete godere qui ricordandovi di muovere da destra verso sinistra con il mouse per scorrerla e di cliccare dove trovate dei riquadri bianchi in modo da aprire i piccoli movies che la accompagnano.

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Di Enzo Terzi - Pubblicato in : Intervallo - Community : Bricciole d'informazione
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Friday 30 march 2012 5 30 /03 /Mar /2012 16:06

 

Dal volume "Da Pericle a Papadimos, Capitolo III "La dominazione ottomana". Un periodo oscuro della storia del paese del quale poco è dato sapere per la pressochè completa mancanza di documentazione, fatto salva quella amministrativa turca, che ci illustri le condizioni della popolazione greca. Nel contempo, un periodo importante perchè forgerà il carattere del popolo della Grecia indipendente.

 

E’ un evento questo che segnerà profondamente il cammino della Grecia, non tanto per la sua intrinseca importanza dovuta alla durata ed ai modi, tutt’altro che improntati ad una assimilazione nel dialogo come per molti aspetti lo era stata la pax romana, quanto per il fatto che quella che ci restituirà sarà la base sulla quale la Grecia odierna affonda le proprie radici, le fondamenta del suo carattere odierno, del suo attaccamento alla tradizione che tanto fu importante in quei secoli, della sua capacità di soffrire e, nel contempo, di quel lato oscuro che è rifiuto istintivo degli obblighi e delle leggi, che è capacità di arrangiarsi seguendo una legge naturale e personale di sopravvivenza, che è istinto tribale quando dall’esterno viene minacciata ma che diventa poi al proprio interno precario equilibrio tra gruppi chiusi, intoccabili e da difendersi, quelli sì, fino all’estremo: la famiglia su tutti. Ed è proprio da questa sua capacità  istintiva  che ha trovato la forza di reggere l’urto, disperdendosi in piccole comunità che così meglio riuscivano a sfuggire alle imposizione dell’invasore ma che, nel contempo, hanno radicato un clima di fiducia a corto raggio tale per cui è difficile trovare uno spirito comune degno di uno stato e di una società che compartecipa ad un cammino comune. A questo status che caratterizzerà la vita di gran parte dei residenti, si aggiungono le due categorie sociali che hanno costituito invece il filo conduttore di una speranza politica e sociale capace, di tenere alto, ciascuna a suo modo ed assolvendo uno specifico ruolo, il sogno della libertà e dell’identità. La Chiesa ortodossa ed i protagonisti della diaspora. La Chiesa ortodossa, per quanto il suo reale peso ed intervento in quel periodo sia molto discusso ed in gran parte frutto di leggenda, tuttavia, in virtù della moderata libertà di culto che gli Ottomani le lasciarono, servì da cuscinetto in molti casi tra la popolazione e l’invasore. Inoltre, anche se non sistematicamente, svolse una opera di conservazione delle tradizioni e della cultura attraverso la tutela e l’occultamento di numerosi testi sacri e non. Certo non quelli che contrastavano con il credo di cui erano latori, tuttavia, se oggi molti documenti sono arrivati a noi lo si deve certamente a quanto, specie nei monasteri più sperduti come ad esempio alle Meteore, venne occultato o ricopiato (in ciò fungendo tuttavia anche da elemento conservatore che impediva pertanto l’accoglimento di istanze rinascimentali, al tempo progressiste, che provenivano in specie dalle isole ioniche dove Venezia era padrona e veicolo di novità). Nello stesso tempo molti affidarono ai monasteri i propri piccoli e grandi tesori che in molti casi, causa le vicende storiche, sono rimasti di proprietà ecclesiastica. Molte furono poi anche le donazioni, fatte nella maggior parte dei casi per evitare che molte proprietà finissero in mano ottomana. Indubbia fu comunque la grande opera di vicinanza e di conforto che senza dubbio la Chiesa svolse a favore di una popolazione che aveva perso ogni e qualsiasi riferimento, ogni guida e che pertanto trovava nel sacerdote, nel monaco e nel monastero la propria via politica e spirituale, il proprio rifugio, anche se spesso tutto si concretizzava in semplice forza per andare avanti. Quanto tutto ciò abbia realmente avuto peso nell’economia della sopravvivenza e della speranza dell’intera Grecia durante quei quattro secoli non è dato con certezza saperlo. La discussione è tutt’oggi aperta e la Chiesa ortodossa, come d’altronde la sua consorella di Roma fa in casi simili, mantiene per buona parte celati i propri segreti, dispensando raramente verità che possano in qualche maniera metterla in discussione. D’altronde, vista la situazione generale, quale che fosse, benedetto fu l’accordo che il Patriarca di Costantinopoli riuscì a fare con il governo Ottomano. Fu un accordo che ad esempio dette la possibilità al Patriarca di Costantinopoli di avocare a sé il primato anche sulla Chiesa ortodossa bulgara e serba, così come l’ottenimento di una relativa libertà ai suoi sacerdoti, nonché il mantenimento di buona parte delle proprietà; per contro, doveva aiutare il popolo a rassegnarsi a sottostare a leggi quale ad esempio la cessione di un figlio maschio che veniva reclutato nelle schiere dei giannizzeri o la cessione di figlie femmine che finivano per riempire gli harem di Costantinopoli. Una funzione controversa in fondo che permise tuttavia alla Chiesa di divenire, anche per scarsità di offerta, punto di riferimento per tantissime comunità. Fra le tante controverse questioni vi è quella inoltre della “κρυφό σχολειό, scuola segreta”, ovvero di presunte lezioni che clandestinamente si sarebbero tenute nei monasteri ai ragazzi per tramandare sia la lingua greca che la fede ortodossa, assolvendo dunque, se fosse vero, ad un preciso ruolo attivo di mantenimento dell’identità. Ahimé, la maggior parte degli storici, in assenza di testimonianze probanti, relegano questa eventualità al grande mito della resistenza ed all’immaginario collettivo della popolazione. D’altronde, se fosse realmente stato vero, la Chiesa stessa avrebbe avuto tutto l’interesse a portare prove su prove. Pare che tutto ciò invece fosse da riferirsi ad episodi sporadici, dovuti più all’intraprendenza del singolo sacerdote. In buona sostanza la Chiesa rimase, seppur dietro i limiti di un accordo con gli Ottomani che comunque fu probabilmente propedeutico non solo al mantenimento del proprio status ma anche al suo accrescimento (vedi l’annessione di altre chiese autocefale), l’unico anello di congiunzione culturale e storica tra l’Impero bizantino e quella che sarà la Grecia indipendente. A questa seppur discutibile presenza interna va a sommarsi il grande e preponderante peso della diaspora. Tutti coloro che per scelta, per costrizione o per fortuna poterono riparare all’estero facendo nascere o alimentando a dismisura le comunità greche già esistenti, svolsero non solo il ruolo di patrioti diffondendo le ragioni della causa ellenica, cercando alleanze e fondi per iniziare la lotta ma, soprattutto nei primi due secoli, quando ancora erano lontane le condizioni di una lotta per l’indipendenza a causa dello strapotere Ottomano in Europa (erano arrivati a minacciare Vienna occorre ricordarlo), assolsero al compito di alimentare quello scambio culturale che permise alla civiltà bizantina di confrontarsi con quella crescita che il rinascimento offriva in una Europa occidentale, al tempo fucina di lettere, scienze e filosofie. Non a caso i nomi di greci che culturalmente si rivelarono di levatura internazionale in quei quattro secoli, sono tutti nomi di espatriati, a testimonianza ulteriore di come la pressione esercitata dagli Ottomani fosse molto severa (uno su tutti il pittore El Greco, nativo di Creta ma divenuto poi un grande in Spagna dove potette rifugiarsi perché nella metà del 1500 Creta era ancora in mano Veneziana). Solo pochi territori dell’attuale Grecia in parte scamparono a questa dura censura; le isole dello Ionio che erano sotto il controllo della Serenissima Repubblica di Venezia e parzialmente l’isola di Creta che subì una storia tutta traslata nei tempi, rispetto sia alle altre isole che alla parte continentale del paese, venendo conquistata più tardi ma, per contro, venendo anche liberata ed annessa alla nuova Grecia cinquanta anni dopo, circa, dall’avvenuta indipendenza. Un ruolo a parte lo svolsero i fanarioti di Costantinopoli, ovvero i commercianti greci, residenti nel quartiere del Fanar (da cui il loro appellativo) che, spesso cedendo alla conversione all’islam, spesso dietro il pagamento di salate “bustarellle”, erano riusciti a mantenere una seppur limitata autonomia ed a far proseguire la propria attività commerciale. Facenti capo per la maggior parte ad una cinquantina di famiglie greche, gli stessi, con il passare del tempo, non solo riuscirono ad entrare nell’amministrazione ottomana ma vennero anche nominati governatori di province lontane, come ad esempio nei Balcani. Tale potere fu poi esercitato nei modi più disparati e personali. Non vi era dietro un preciso disegno che li possa, nell’insieme, presentare alla storia come fedeli patrioti, pur tuttavia non mancarono personaggi illuminati che contribuirono a render meno pesante la vita delle popolazioni e, specie nell’ultimo secolo di dominazione, rampolli che sposarono la causa indipendentista quali ad esempio i fratelli Alexandros e Dimitros Ypsilantis, ove il primo fu principe di Moldavia e Valacchia e poi eroe dell’indipendenza oltre che capo della “Filiki Etairia”, la principale delle associazioni di indipendentisti ed il secondo militare e diplomatico nelle file Russe e poi politico della prima ora. In conclusione su questi tre differenti versanti venne organizzata e costruita, da parte greca, la base per ingaggiare la lotta per l’indipendenza. La restante popolazione era in patria ahimé dedita a sopravvivere e si era ulteriormente divisa, per ovvia necessità di autodifesa, in bande, clan, quasi tornando ad una forma sociale di tipo tribale che aveva spesso nel brigantaggio e comunque nel sabotaggio, una delle sue principali attività. Per il restante tempo prevalevano attività rurali e di pesca specie nelle isole. Serviva pertanto un forte intervento straniero che grazie all’opera delle numerose organizzazioni che erano nate nei paesi esteri e complici le non più auguste fortune della Sublime Porta (così infatti veniva chiamato il governo dell’impero ottomano), si crearono le condizioni economiche e militari, alle soglie del 1821, per tentare la lunga guerra per l’indipendenza.

Oggi, a soli due secoli dall'indipendenza, si ritrovano certi caretteri nella società greca, compatta  nel mostrare una omogenea identità nei confronti dell'esterno, così come fragile nella sua organizzazione interna, frammentaria, sempre malfidata nei confronti dei governi, ancorché autonomamente eletti, imperniata sulla solidità della famiglia quale rifugio incrollabile. Tutto ciò è stato elemento coadiuvante gli eventi di questi ultimi anni, che hanno potuto realizzarsi e proliferare non solo per i dati terribili della situazione economica, ma anche per quella incapacità  di aggregarsi, preferendo di volta in volta, mostrare le istanze separate delle varie corporazioni o classi sociali, ma non riuscendo a ritrovare quel senso di stato sociale che, forse, quanto meno le avrebbe  abbreviato l'agonia ed avrebbe conservato un'oncia di dignità. L'indipendenza, giunta come una grande ubriacatura per un senso di libertà ai più sconosciuto l'ha consegnata nelle mani dell'Europa, dalle quali probabilmente, ha sempre dipeso.

Di Enzo Terzi - Pubblicato in : Storia e Filosofia - Community : notizie in vetrina comunity
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Sunday 25 march 2012 7 25 /03 /Mar /2012 17:24

Era il 1985, prima sosta nella capitale. (tratto da "Da Pericle a Papadimos", terzo assaggio, capitolo primo "Genesi di un amore")

Non solo l’albergo e quanto d’intorno, ma Atene, soprattutto, fu quella volta, l’emblema del disinteressato caos dell'aeroporto, per quella caotica disorganizzazione che trovava tregua solo nelle piccole e seminascoste  piazzette ove immancabilmente potevi ritrovare un albero, un tavolino di marmo, un tavli ed una sedia in attesa.

Restò memorabile all’ingresso in città, tra l’altro, un trasferimento in autobus, uno di quelli che stavano cercando di spartirsi, insieme a tram, camion, carretti e autovetture, le intasate corsie delle vie cittadine. Stradette  che salvo poche eccezioni, erano figlie o nipoti di antiche dignità di capitale e che nella restante periferia si ammassavano e si intrecciavano in quel saliscendi sregolato che era la crescente urbanizzazione intorno al centro storic, le cui parallele grandi arterie erano ancora in odore di castrum romano. Si snodavano là dove restava dello spazio, spesso a malapena sufficiente al passaggio, tra i terrazzi dei primi piani troppo aggettanti e le auto che già in file disordinate invadevano le carreggiate in virtù di quella abitudine a tutt’oggi rimasta, per cui i marciapiedi di fatto a tutto servono meno che .. a camminare: file di olivi, aranci, mandarini e limoni, cassonetti per l’immondizia sedie di chi abita a piano terreno ed altri orpelli che secondo un antico (mal?)costume vengono lasciati in ogni dove e fanno sì che il pedone sia costretto a circolare … per strada. Ed in quella occasione fu il nostro torpedone, che doveva fra l’altro farci prendere un traghetto al Pireo, a restar piantato tra un’auto posteggiata come se fosse nel proprio giardino privato, un olivo che non avendo trovato sfogo verso il muro retrostante aveva avuto l’ardire di protendersi verso il centro della strada e, come non bastasse, un carretto pieno delle merci più svariate che a fatica veniva trascinato credo da non meno di un paio di generazioni  di gambe e braccia, tutte rigorosamente riparate sotto coppole e veli neri. Formiche nere che si aggiungevano al nero brulicare vociante che d’un tratto s’affacciò da ogni finestra, porta e pertugio quando l’autista, stizzito e terminata la ripetitiva litania del caso che qui, in realtà si espleta più con il gesto che non con le parole, ebbe l’ardire di pestare paonazzo sul pomo del clacson il quale, stizzito anch’esso, emise un suono fioco e lamentoso, tutt’altro che degno della feroce rabbia che aveva pervaso il nostro conducente. Ed ognuno - nella città della democrazia non poteva essere altrimenti - ebbe da dire la sua,  ebbe da somministrar consigli e avvertimenti, fino a che la colpa non ricadde sul progresso tutto che aveva procreato quegli inutili, grandi e puzzolenti autobus dei quali, in fondo, non c’era un gran bisogno e che comunque da lì non dovevano passare: troppo ingombranti. Il caldo di per sé già soffocante non scoraggiò nessuno e lì d’intorno continuavano ad affluire tutti coloro che anche da lontano si erano accorti del brusio. Tutti meno l’autista dell’auto. Passò una buona ventina di minuti ed anche i vigili si unirono a quella che oramai era la kermesse giornaliera. Tra l’altro ebbero modo di spiegarci che non era la prima volta ed anzi, precisarono come l’autista stesso  non fosse nuovo a quella sosta. Come volle la giustizia divina alfine sopraggiunse il proprietario dell’auto, che, tuttavia, prima di provvedere a togliere l’ingombro, ebbe, senza necessità d’essere pregato,  di che indicarci con  gesti ampi e svolazzanti, il ramo colpevole d’olivo o il carretto che comunque,  almeno d’un mulo avrebbe dovuto premunirsi o, addirittura, in un momento particolarmente esaltante dell’arringa, seguendo i canoni di un crescendo rossiniano, come sarebbe stato necessario, visto il reiterarsi dell’evento,  far intervenire  il sindaco e la giunta intera affinché  tutto potesse alfine finire sui giornali.  Giungemmo al Pireo distrutti anche se salvi, con solo una mezz’ora di ritardo; ritardo che una telefonata  nel frattempo fatta, sortì il miracoloso effetto di far attendere il traghetto. E fu lì, sul ponte, che ci accasciammo ringraziando il vento. 

Credo che quel corto ma intenso trasferimento cittadino al tempo ebbe a mostrarmi più cose di questo popolo che non tante altre gite o esperienze edulcorate dal fatto di essere turisti, ruolo che tra l’altro,  nella sua più deprecabile accezione, in vita mia ebbi a rivestire poi solo in una unica, altra occasione e, tra l'altro, in ben altro luogo del mondo. Certo, sul momento, quella brulicante umanità che si esprimeva come se fossimo in una qualsiasi piazza, senza che nulla ostacolasse il sostare a lungo, nulla ostacolasse l’esprimere un parere, senza che nulla infine impedisse che si formassero i gruppi, fautori gli uni di una tesi, fautori gli altri di opposte istanze, mi lasciò sbalordito tanto che il mio falso modernismo metropolitano mi fece pensare d’essere in chissà quale borgata provinciale. Ma una cosa in comune avevano tutti, ovvero il riconoscimento del sacrosanto diritto a parcheggiare nel mezzo alla strada o dell’olivo, a crescere nel mezzo della via, o ancora del carretto nell’arrancare a passo d’uomo come se la colpa, per legge naturale, dovesse per forza ricadere sull’ultimo arrivato giunto, di fatto, a sconvolgere uno status quo che comunque, scorreva, lento, ma scorreva. O, in ultima istanza ancora, secondo un adagio che secoli di dominazione avevano ben impresso nella loro mente, la colpa era di chi governava, nemico quasi per una naturale consuetudine, per una semplice, ovvia ovvietà. Hanno tentato i greci di mantenere vivo questo modo di pensare e di agire, anche di recente.  Sia per la strada che in altri luoghi quali il parlamento. Per la strada inveendo contro un governo come se fosse straniero, in parlamento come se fossero ad esercitare una inutile democrazia piazzaiola, avendo cura, al termine delle arringhe, che tra l’altro vengono normalmente ascoltate in religioso rispetto dai presenti, di lasciare tutto come era stato trovato, dal seggio parlamentare allo stato sociale. Fu dunque in base a questo principio che, allora almeno, il traghetto ci attese, per una ovvia normalità, per quella scala di importanza in base alla quale la solidale amicizia e lo spirito compaesano avrebbero, come al solito, messo una toppa a tutti gli errori della modernità.  Era una logica da piccola comunità quella, un modo di fare che ricordava la Taverna di Molivos  e non un sistema applicabile alla conduzione di uno stato. E neppure di una città come Atene che stava già all’epoca dilagando per tutta la pianura. Però, era  su questo modello comportamentale  che si stavano fondando le strutture amministrative dello stato che doveva inventarsi esperto ed efficiente là dove non lo era mai stato perché in fondo, nessuno tra i suoi governanti aveva mai resistito tanto da doverglielo chiedere o, tutt'al più, se ne era mai dimostrato a lungo interessato. Fu dunque una lezione quel contrattempo tutto debordante di sanguigno colore locale, una lezione.

 

 


Di Enzo Terzi - Pubblicato in : Intervallo - Community : notizie in vetrina comunity
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Tuesday 20 march 2012 2 20 /03 /Mar /2012 16:23

Apparve come un piccolo mondo tutto a sé, gravido di una storia che era storia cristiana, ortodossa e musulmana, ovvero un crocevia vivente che dalle antiche vestigia del tempio di Athena a Lindos, passava attraverso il castello dei Templari d’epoca crociata nel centro dell’abitato di Rodhos, all’interno del quale un vecchio hammam ed altre testimonianze di ottomana tradizione completavano il quadro delle civiltà che là si erano incontrate e scontrate. A ciò si aggiungeva la posizione geografica, che vede l’isola distante soltanto diciotto kilometri dalle coste turche tanto che nessuno sforzo occorre fare per vedere ampi tratti dell’antica Licia dove, nella cittadella di Patara vi è, oggi sotto attento restauro, il più antico parlamento, che pare rubi il privilegio della paternità democratica alla Grecia antica essendo stati, i Lici, popolazione proveniente da più luoghi e di non certa origine ellenica come volle già, a suo tempo, farci credere Omero al quale, come sappiamo, certo non difettava, oltre che lo spirito dello storico, anche la fantasia. lindos4Ma se ancora questo entourage colmo di richiami provenienti dai secoli più lontani non fosse sufficiente, ecco a sud il piccolo promontorio di Capo Prasonisi - teatro di uno thriller mozzafiato sul quale torneremo - dal quale, giunti in prossimità del faro che lo sovrasta, si può ammirare l’incredibile spettacolo offerto dal Mar Egeo e dal Mar Mediterraneo che si incontrano, costituendo una scriminatura che si perde verso l’orizzonte per l’incontro tra le acque più verdi del Mediterraneo (a destra) e quelle più blu dell’Egeo (a sinistra), come se quello fosse un particolare centro del mondo, là dove le opposte forze, gli opposti elementi, le diverse nature e culture si sono incontrate e continuano ad incontrarsi, formando una sottile linea spumeggiante in virtù anche delle opposte correnti che le comandano. Ci dissero poi che avevamo avuto fortuna. Il fenomeno cui avevamo assistito era dovuto al soffiar dei venti ed al conseguente dirigersi delle correnti che, in quel periodo dell’anno ed in quelle particolari circostanze, offrono talvolta quello spettacolo superbo.  Ma Rodi non era soltanto tutto questo, era anche Italia ed Italia recente come avevamo avuto modo di notare.  La lunga permanenza del nostro governatorato  portò ad una convivenza che, dalle seppur scarse notizie che fui in grado di raccogliere, fu improntata ad una certa cordialità e costituì anzi incentivo alla realizzazione di alcune infrastrutture ancor oggi esistenti. Fu però anche portatrice di scontri allorquando, dopo la resa italiana nel 1943, vi si combatterono aspri combattimenti con i tedeschi che, inevitabilmente, ebbero il sopravvento sull’ormai isolato presidio italiano, tedeschi che poi se ne andarono circa due anni dopo lasciando ciò che hanno lasciato in mezza Europa. Ma al cospetto dell’ordinata ricchezza dell’isola, furono quelle, notizie marginali e secondarie.  Era il 1993 e Rodhos, porto principale nonché capoluogo era l’insediamento più vivace e rappresentativo delle culture che vi avevano convissuto, palpabile oltre che nelle vestigia e nell’urbanizzazione del centro, anche nei souvenir dei mercatini, ricchi di pouf e di narghilé, così come di anfore ed icone. Ma fu con un lungo boccale a forma di stivale colmo di una birra da litro, in una piccola taverna ricavata nello spessore delle antiche mura del castello dei Crociati che celebrammo, ancora una volta, la fratellanza mia e dell’amico di tutta una vita con il quale, in virtù del suo fresco matrimonio, volli fare un personale quanto inusuale brindisi tra terre greche in odor di Turchia, un castello di Crociati, un bicchiere a forma di italico stivale ed una birra, tedesca, per l’appunto.  Vinsi la gara ricordo, gara che oltre a decretare quanto potessimo esser scemi,  decretò anche (così avrebbe deciso il destino) chi dovesse restare a ricordare, a portare il fardello della memoria che non si sa se possa essere o sia, più o meno grande di quello che tocca a chi se ne va. Sull’onda ebbra dunque della nuova vacanza procedemmo, noleggiate che furono le auto del caso, all’esplorazione doverosa di coste ed entroterra. lindos3Lindos è una perla bianca arroccata su un piccolo promontorio alla cui sommità si erge, ancora in buone condizioni, una piccola acropoli, all’interno della quale i resti di un tempio dedicato ad Athena ed uno a Zeus sono gli elementi di maggior spicco. O meglio, lo sarebbero, se la vista che si gode non fosse di così rara bellezza e tale non solo da ricongiungere il visitatore a tutti gli dèi ma, quasi fossimo tra i Lotofagi incontrati da Ulisse, capace di far perdere il motivo reale per il quale si è raggiunta la divina agorà. Mentre sulla sinistra si apriva come un minuscolo anfiteatro una bianca e stretta spiaggia simile a falce di luna, circondata da tutta la disordinata magnificenza che gli arbusti mediterranei possono offrire, sulla destra si inerpicava invece un oliveto alla cui base i filari di limoni e di aranci già iniziavano ad inondare di colori ogni piede di terra e sotto le cui fronde si nascondeva il lavoro secolare di chi, pietra dopo pietra aveva costruito piccoli muretti a sostegno di sinuose terrazze che andavano a perdersi poi, nella macchia. Su tutto la brezza del nord che non riesce a invadere il villaggio protetto com’è da quell’incavo roccioso in cui si annida e quasi si nasconde. Un villaggio di un’unica stradella tortuosa  come si conviene, di buon lastricato e di pareti bianchissime attorno che riverberano sole e calore tanto che gli alberi, quei pochi lì nella piazzetta d’ingresso, tengono le fronde basse sotto le quali occorre quasi chinarsi per passare. Niente tavoli stavolta ma solo un fontanile che stanco zampilla un rivolo d’acqua che dispettoso racconta una distratta ed incompresa cantilena precipitando a casaccio su una griglia di ferri consunti, bitorzoluti e arrotondati per quella dolce metamorfosi che il tempo ha modellato insieme al colore brunito di una secolare usura. Intorno, dalle groppe legnose che il batter della verga stona in un rumore sordo, gli asinelli in disordinata fila, si presentano al turista, come sindaco, vicesindaco e giunta tutta intera per gli onori del caso e per l’ospitalità. Sì quella che ti concedono permettendoti di salire a cavalcioni di una sella minuscola e dura ove ti afflosci con le gambe pendule, pronto a divider quella sofferenza ch’è la salita su verso la cima degli dèi. Era il loro rude modo di comunicare e di spartire l’esperienza nel comune disagio.  Neanche un richiamo per quei senza nome, solo un colpetto di verga e uno strattone al morso per vederli incamminare, senza che nessuna eco si propaghi al battere degli zoccoli. Un battere fitto, di passi  corti, lenti, uguali, di un ritmo appreso negli anni e più dimenticato. E il silenzio intorno. Il silenzio del sole che ancora aggredisce, il silenzio del conducente che ti guarda, il silenzio che gli avventori ai tavolini dei caffè ti offrono in cambio di quell’ebete sorriso che quasi sempre tu, il turista, offri dimenticando che intorno c’è chi il somaro l’ha avuto da ricco, o forse, dal padre e suo padre dal nonno, così per una eterna eredità che rende questi animali testimoni senza tempo, senza un’età. Chi mai si è domandato quanti anni possa avere un somaro intravisto al giogo nei campi? A chi mai può interessare, se non al suo padrone? Eppure, in fila regolare ci portarono in cima alla collina dove, al termine dell’ultima curva, senza indirizzo, né gesto, né cenno, né voce, si bloccarono, rigidi, in attesa del riposo. lindos2E scendere sudati non fu meno penoso che salire, complici le riflessioni forse o quella sorta di contrappasso naturale che avrebbe dato loro la forza di sopportare, certi che il bruciore e il pizzicore che ci avrebbero lasciato, sarebbero stati la giusta moneta che li avrebbe ripagati per la incompresa fatica. Era mattina tarda e nonostante il luogo richiedesse ben più lunga sosta e osservazione, complici i rampolli irrequieti, fu deciso dopo un’oretta, un rapido ritorno al paese che, per guadagnar del tempo dicevamo, sarebbe stato nuovamente effettuato a dorso di somaro. Era una stradella sterrata ove da un lato v’era un muro eretto a sostegno delle pendici e, dall’altro, il classico nulla con in fondo l’azzurro del mare. Le nostre cavalcature stavolta non gradirono affatto l’incombenza tanto che dopo averci fatto percorrere un breve tratto sul ciglio del vuoto, accompagnati dal risolino  tranquillizzante del conducente che invece a tutti suonava come   un’ode alla perfidia per quel “tipota, tipota, ola kalà” , ovvero “niente niente, tutto bene”, decisero di rompere gli indugi e dimostrarci con i fatti che quella non era ora per imporre fatiche a chicchessia, uomo o bestia che fosse. Detto fatto il primo accennò ad un passo di trotto che in breve divenne deciso e risoluto ed a nulla valsero i tentativi, non molto convincenti e autoritari, del primo conducente. Ciò rese lecito ai restanti quattro zampe di aggiungersi alla corsa che risultò drammatica per la durezza, la mancanza assoluta di appoggio mancando delle staffe e, fondamentalmente per l’aver, le bestie tutte, messo in atto quella proverbiale testardaggine per la quale niente e nessuno le avrebbe fatte desistere. Entrammo in paese come fosse l’ultima curva del Palio di Siena stavolta accompagnati dalle risa, fragorose, di quanti in silenzio avevano accolto il nostro arrivo. Credo che fu un miracolo se illesi riuscimmo a scendere sotto quell’albero dove, appena giunti,  i somarelli, trovata la frescura che si addiceva a quell’ora del giorno,  tornarono a quella mansuetudine  che ci aveva all’arrivo ingannati. lindos1Erano stanchi ed io credo, anche felici. I conducenti si produssero in quegli ampi ed internazionali gesti che notoriamente invocano il caso, il destino ed il fato tutti insieme per recitare il loro dispiacere, tanto che ci venne offerta, a congrua riparazione, una bella fetta di “karpusi”. Belle fette di cocomero fresco, dissetante ma non ipnotico al punto da farmi scordare il dolore acuto e  profondo che covavo in quel piccolo e raramente considerato coacervo di ossicini che si protende a fine colonna vertebrale e che stava producendo, senza controllo né ritegno alcuno, fiamme e dolore. I sedili dell’auto ci accolsero come magnifici divani di alcantara, come soffici piumoni. Dolorosamente giungemmo alla spiaggia sottostante dove un bagno ristoratore, i giochi curiosi intrapresi con una nidiata di piccoli polpi che erano giunti fino a riva ed una vera e propria capanna poco distante che divenne luogo per un autentico pasto in famiglia con i residenti che volentieri ci accolsero alla loro tavola, risollevarono le sorti di quella giornata dove, per il momento, il conto tra le gioie ed i dolori non aveva preso una netta direzione. Fu un pranzo memorabile. Una paranza fritta che sembrava non terminare mai per le due canne che due rampolli in calzoncini, non facevano che mettere in acqua tirando su in continuazione  pesci, pascetti e pesciolini che finivano  nella farina, da questa alla padella e da lì  in una pagina di giornale dove troneggiava il buon nuovo primo ministro che  iniziò così ad offrire i primi servigi al Paese asciugando per adesso l’olio. Le lacrime sarebbero arrivate più tardi. Pomodori staccati dall’immancabile filare sotto casa, due cetrioli, un cespo di quell’insalata tipo romana che qui ha la consistenza di una corteccia d’albero e le olive, che ciascuno produce da sé tanto che mai  capiterà di mangiarne d’uguali essendo  così sofisticato il conteggio dei giorni di salagione, di spurgo in acqua fresca ed infine delle ore di aceto da somministrare che ciascuno oramai protegge come un segreto di famiglia, fornirono il piatto forte. A parte, scaglie di feta condita, cipolla fresca, pane e tanta, tanta voglia di vivere. Feci vedere la foto del nuovo primo ministro così per cercare di ricavarne un per quanto breve commento ma i pesci che ci scivolarono sopra, una scrollata di spalle ed una mano che rivolgeva con ampio gesto al mare, valsero più di qualsiasi analisi politica ed economica. Atene era lontana.

Passavano gli anni, i decenni a quel punto, ma lo spirito restava uguale, a metà tra la rassegnazione e lo stupore per quel ballo che si faceva lassù nella capitale. Un ballo che ancora una volta non li avrebbe visti scendere in pedana ma unicamente restare ad osservare con occhio sempre più scettico quella gente che quasi neanche sapevano chi fosse.  Mentre al contrario ricordavano  bene De Vecchi, il primo governatore italiano, quello che fece costruire l’ospedale. Quello aveva fatto qualcosa. Così si continuava a vederla dalle isole dove sarebbero arrivate le nuove leggi, le nuove tasse e dove, così come da secoli si faceva con i turchi, si sarebbe trovato il modo per arrangiarsi, per  pagare al massimo per quanto si riceveva e si sarebbe ricevuto. Niente o giù di lì. Facevano eccezione le grandi famiglie che sulle isole come in terraferma da sempre rappresentano l’altra faccia di questo paese. E come ci sono le famiglie storiche per la politica, così ci sono quelle per l’industria. Gli armatori soprattutto, poi i grandi proprietari di alberghi e le due o tre famiglie di editori che si spartiscono di fatto tutta l’editoria del paese, dai giornali ai libri, alle televisioni. Per loro la legge è un intreccio di solide relazioni al cui confronto i nostrani  inciuci sono cose da ragazzi. Qui sono generazioni e generazioni che si coltivano alleanze, amicizie, scambi di favori, alcune addirittura risalenti agli anni dell’indipendenza, altre invece, nate e cresciute negli esili dorati di chi ha fatto fortuna fuori o quanto meno l’ha incrementata, per poi tornare da acquirente più che da concittadino.

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La giornata era nel frattempo giunta al termine e tornammo al nostro albergo.

Era tra i primi colossi che si costruivano sull’isola. Un casermone immenso, almeno così sembrava, in quell’epoca abitato da noi e da una nutritissima compagine di tedeschi che, immancabilmente, sia alle 8 del mattino che alle 7 della sera trovavamo incolonnati per due lungo tutte le scale del palazzo, con il loro ticket in mano per il pasto: camicione a quadri o con palme addirittura, pantaloni semicorti, sandali in cuoio tipo Birkenstock ed immancabili calzini che i più estrosi portavano anche con motivo scozzese o con tre splendide righe, in alto, a chiusura, come il capitello colorato di una dorica colonna, rigorosamente riproducenti il vessillo nazionale. Mi sono sempre domandato, o almeno allora lo facevo, come l’economia abbia la capacità di perdonare e di insabbiare le emozioni che lascia la storia prima che l’uomo razionalmente vi arrivi. Talvolta sembrerebbe essere involontariamente una buona medicina. E sì che anche a Rodi, la seconda guerra mondiale aveva lasciato il suo bel segno. Probabilmente, anche la non lontana caduta del muro di Berlino, fresca di quattro anni appena, aveva contribuito a suo modo a diffondere un clima più disteso, di diffusa tranquillità e poi, c’era sempre quella sensazione di fondo, non ben definita ma onnipresente, che mi faceva intravedere in questo popolo il marchio della sopportazione. Sarebbe stato poi, dopo il mio trasferimento che alfine avrei compreso certe alchimie. Mentre avrei perduto per sempre Lindos e la spiaggia di luna ormai presenti solo nei ricordi, oggi sepolti da un uragano che qui chiamano progresso.

 

(Estratto da "Da Pericle a Papadimos", Capitolo I, "Genesi di un amore")

Di Enzo Terzi - Pubblicato in : Occasioni - Community : Bricciole d'informazione
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